Partorire a casa: scelta minoritaria o reale possibilità?

Nel 2015 l’idea di partorire a casa sembra una cosa assolutamente retrò, qualcosa che le nostre nonne ci raccontano come una favola d’altri tempi. Perché partorire a casa quando la scienza moderna offre le più comode ed efficaci soluzioni per far nascere i propri bimbi in ospedale, con l’attrattiva di un travaglio indolore e di una rapida ripresa? Parrebbe una follia, ma forse non è proprio così.

Oggi il parto in casa, in Italia, viene effettuato da quasi lo 0,2% delle donne, quindi circa 1500 bimbi l’anno nascono in questo modo (in Europa il panorama è più variegato, per esempio in Olanda il 30% dei parti avviene a casa, ma anche in Gran Bretagna e in Francia sono in atto delle procedure per portare i parti fisiologici in ambienti demedicalizzati, come per esempio le case maternità). Il parto a casa è un’alternativa legale e valida, scelta soprattutto in quelle regioni che garantiscono un rimborso spese per l’assistenza ostetrica a domicilio (Piemonte, Emilia Romagna, Marche, Lazio e province di Trento e Bolzano). In media le donne che compiono questa scelta hanno più di 30 anni, sono di cultura medio-superiore e hanno almeno un parto alle spalle. Personalmente, tutte le mamme che conosco che abbiano preso questa scelta vengono dal mondo dell’ostetricia o dell’educazione infantile, persone cioè che conoscono la fisiologia del parto e l’universo della perinatalità.

Nella maggior parte dei casi è l’informazione a far compiere una scelta di questo tipo: sapere che il parto a casa è sicuro e assistito, sapere che l’ospedale è un ambiente asettico, in cui a volte sei solo un numero, in cui molti interventi vengono applicati senza una reale motivazione (un esempio su tutti è quello del cesareo: l’Organizzazione Mondiale della Sanità stima una media annua di cesarei “utili” sul 10-15% dei parti, mentre in Italia la media annua è intorno al 43%), in cui ancora esiste la separazione precoce di mamma e neonato e l’allattamento è addirittura ostacolato. Sono 5 anni che faccio ricerca con le mamme e i racconti dei vissuti ospedalieri felici risultano sempre legati alla parola “fortuna”, mentre la lista delle lamentele nei confronti delle strutture e del personale continua ad allungarsi (ndr Parlo principalmente delle province di Monza e di Bergamo).

Quella di partorire a casa non è una moda new age o una follia: è una scelta ed è una cosa seria. Nasce dall’idea di una nascita e un parto consapevoli, in cui la partecipazione della mamma e del bimbo sono fondamentali e in cui la fisiologia è preponderante; un parto in cui si riconosce il ruolo del dolore e si rispettano i tempi del venire al mondo, senza anestetizzare, senza accelerare, senza tagliare. È e deve essere una scelta di coppia, perché il padre ha un ruolo fondamentale di sostegno ed è coinvolto durante il travaglio e la nascita. Le ostetriche sono importanti nel supportare, dare fiducia e intervenire se necessario. È una scelta sicura, perché esiste un protocollo a cui le ostetriche devono riferirsi per prendere in carico un parto a domicilio: si chiama Protocollo di Klostermann ed espone tutta una serie di casi in cui è possibile effettuare il parto a casa (ad esempio la donna deve essere sana, il travaglio deve iniziare tra la 37ª e la 43ª settimana di gestazione, il parto non deve essere gemellare, il bambino non deve essere podalico..), per ridurre al minimo il rischio di complicazioni durante il parto.

Il problema è che l’esperienza non è conosciuta né diffusa a livello sociale e non è supportata né dai ginecologi delle donne né, a livelli più alti, dai governi e dalle politiche regionali. La regione Lombardia, per esempio, ha negato il rimborso parziale delle spese sostenute da chi sceglie il parto a casa: la questione non è irrilevante, perché un parto a casa, che deve essere assistito da due ostetriche, e per il quale deve esserci una reperibilità di quattro ostetriche a partire da tre settimane prima, fino a tre settimane dopo la data presunta di nascita, ha un costo che varia da 2.000 a 4.000 euro. Senza un rimborso però, diventa una scelta d’élite, un lusso che poche coppie possono permettersi.

I due maggiori ostacoli nel considerare il parto a casa un’opzione valida sono la paura che il bambino possa correre qualche pericolo e, appunto, il costo. Ma se iniziassero a circolare più informazioni in merito ad esso e se anche la nostra Regione decidesse di concedere i rimborsi, il parto a casa potrebbe diventare davvero una possibilità e non solo una scelta marginale.

Fonti dati:

Corriere della Sera, articolo del 20/12/2008, reperibile su http://archiviostorico.corriere.it/2008/dicembre/20/Parto_casa_piu_richieste_Italia_co_9_081220021.shtml

Varesenews, articolo del 28/05/2009, reperibile scrivendo a redazione@varesenews.it.

 



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