Da quando ho iniziato a fare l’africana

La mia bimba è nata sana, alla 38esima settimana, un bel giorno di febbraio. La gravidanza è stata serena e sia io che il suo papà l’abbiamo pensata e voluta subito. Il parto è stato normale, un travaglio un po’ lungo e faticoso, con qualche intervento, ma alla fine ho partorito spontaneamente: è stato un lungo e periglioso viaggio, ma ne è valsa la pena. Dopo tutta la fatica fatta, purtroppo è rimasta solo un momento sulla mia pancia, poi me l’hanno portata via, l’hanno lavata, mi hanno dato i punti… Sapevo che era un mio diritto tenerla da subito, in modo prolungato, già in sala parto, ma non mi sono opposta; ho semplicemente pensato: sono medici, sapranno quello che fanno.

Siamo tornati tutti e tre a casa ed eravamo pronti a questa nuova vita: felici, un po’ stanchi, ma la stanchezza e le difficoltà non ci hanno mai spaventato. Pronta la culla, pronta la sdraietta, pronta la carrozzina: noi abbiamo sempre saputo che fosse bene far stare la nostra bimba in questi supporti, alcuni esperti dicevano persino di lasciar piangere i bambini se non ci volevano stare, per il loro bene ovviamente. Io, in realtà, non ce l’ho mai fatta… mi sembrava incredibile che una bimba di pochi giorni, abituata a stare nel mio ventre tutto il giorno, a sentire il mio cuore e la mia voce, a sentirsi muovere continuamente attraverso i miei movimenti quotidiani, potesse stare lì, così, ferma immobile in silenzio e sola. Dopo due vagiti era già fra le mie braccia!

Insomma, per farla breve, giorno dopo giorno sono diventata la regina del dubbio: la mia bimba voleva stare sempre più spesso in braccio, appena sveglia e per addormentarsi, o quantomeno addormentarsi con me accanto. Ovviamente iniziavano anche a dirmi che stavo viziando la mia bambina, che dovevo lasciarla piangere un po’, che ne sarei diventata schiava. Non riuscivo più a vivere perché ogni trenta secondi dovevo fermarmi e prenderla, e il tempo che impiegavo per calmarla quando piangeva da sola era più di quello che avrei speso tenendola tutto il tempo in braccio, senza contare che tutto questo mi faceva sentire male: volevo una bimba serena, allegra, invece mi sembrava sempre un po’ arrabbiata. Pensandoci in profondità, ero io stessa arrabbiata… per non averla tenuta subito dopo il parto, dopo tutta la fatica che avevo fatto e perché non me la potevo godere ora e passavo tutto il tempo fra i suoi lamenti, senza neanche più riuscire a uscire di casa.

Una mattina, stremata, ho deciso di fare un giro al mercato, comunque sarebbe andata. Ovviamente dieci minuti dopo esser scesi dalla macchina la mia bimba era già stufa di stare nella carrozzina. E mentre la mia bimba si preparava vagito dopo vagito al pianto definitivo, mi sono ritrovata a guardare una signora africana che lavorava a una bancarella. Senza fare una grinza, una creaturina più piccola della mia se ne stava appollaiata sulla sua schiena, adesa al suo corpo, dapprima addormentata per poi svegliarsi sotto il mio sguardo, boccheggiare un po’ e mettersi serena a guardare intorno, senza l’ombra di un urletto, mentre la mamma parlava con i clienti. Guarda guarda: che bellezza e che pace. È stato come un fulmine a ciel sereno, come se qualcuno avesse acceso una luce: ma certo… quella creaturina semplicemente stava continuando a vivere sul corpo della sua mamma, progressivamente, da quando era nata, sentendo il suo cuore e i rumori intorno, toccandola, sentendo il suo profumo ed essendo cullata dal suo movimento. Certo, non era come stare dentro l’utero, probabilmente aveva comunque percepito la differenza, ma si abituava al mondo progressivamente, stando sul terreno che aveva conosciuto sin da quando si era formata, per tutta la sua esistenza. E io che osservavo costantemente la mia bimba non avevo capito quanta difficoltà potesse sperimentare nel trovarsi lì nella carrozzina bianca e profumata, ferma, senza di me. O meglio, capivo che potesse avere qualche difficoltà, ma non capivo quale fosse e perché. Sono rimasta folgorata dalla competenza di quella mamma, dalla sua tradizione, da quel gesto così semplice e così amorevole verso il suo bimbo.

Sono tornata a casa e mi sono messa a cercare su internet, a studiare, a capire. Ho scoperto come fanno le donne africane a mettersi addosso i bimbi, ci ho provato, ci sono riuscita (anche se ho dovuto affinare un po’ la tecnica!). Ho legato su di me la mia bimba e lei non ha fatto una piega, anzi mi sembrava che mi guardasse come a dire: “Finalmente l’hai capita!”. Ho anche scoperto che c’erano altre mamme nella mia stessa situazione e che esistevano persino dei supporti “europei” per portare i bambini (la fascia lunga, per cui è necessario imparare delle legature, e la fascia ad anelli, un po’ più rapida) e dei supporti asiatici (quello più usato da noi è il mei tai). Mi si è insomma aperto un mondo sconosciuto e, legatura dopo legatura, supporto dopo supporto, ho imparato a portare sempre la mia bimba e ho ripreso a fare le cose che facevo: a fare le passeggiate, a fare la spesa, a pulire casa ogni tanto, e tutto questo da quando ho iniziato a fare l’africana!

Continuo a portare, prevalentemente con la fascia lunga, che ho scoperto essere la più comoda per me, e con il pagne africano, che è stato il mio primo amore. La mia bimba difficilmente piange, sta per lunghi periodi in fascia in diverse posizioni e, ora che inizia a gattonare, scende più spesso per potersi muovere in autonomia. Sono convinta che il contatto continuo con la mia cucciola le abbia fatto bene, l’abbia rasserenata e fatta sentire al sicuro, cosa che prima non accadeva, in barba a tutti quelli che mi dicevano che la stavo viziando: per ogni esperto che affermava la necessità di lasciarla sola a se stessa esisteva un altro studioso che spiegava quanto bene facesse il contatto e questi studi mi convincevano molto di più. Sono convinta che abbia fatto bene anche a me, che mi abbia aiutata a superare quella separazione forte per cui non ero pronta quando me l’hanno portata via subito dopo il parto. Questa fascia che ci lega fisicamente è stata da allora il filo d’oro che ha fortificato il nostro legame e che ci ha fatto crescere, insieme.

N.d.R. Questa è la storia di una mamma e di tante mamme allo stesso tempo, di tutte coloro che, giorno dopo giorno, mi raccontano la loro vita e l’esperienza che, attraverso il portare, ha cambiato il loro modo di essere mamme.






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